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martedì 8 gennaio 2008

Rubano la fermata del bus

Ecco a voi "Nugae": minuzie, scemenze in latino. Pinzellàcchere e quisquilie, direbbe Totò. Il trafiletto inzuppato di sfaccimma nel giornalino della SdG. Notiziole dell'Aldilà Napulitano; un piacevole snack di info sfiziose tra i Grandi Temi della Sfaccimma quotidiana. La Sfaccimma della Gente servita frijènn-magnànn (per gli itagliani: friggendo e mangiandole croccanti).


Volevano vendere il metallo a una fonderia.
A bordo della loro Ape Car anche 30 chili di cavi telefonici in rame.


NAPOLI - Un furto davvero particolare. Due persone sono state arrestate dai carabinieri, a Napoli, con l'accusa di furto aggravato per aver rubato la tabella segnaletica dell'autobus con il palo di sostegno. Insomma, i due avevano smontato e portato via la fermata del bus. Per farsene cosa resta un mistero. Emanuele Cantalino, di 23 anni, ed Emanuele Iaccarino, di 31 anni, entrambi di Napoli, già noti alle forze dell'ordine, sono stati bloccati dai carabinieri della compagnia Vomero in via Nuova Toscanella, nella zona di Chiaiano.

METALLO - Probabilmente i due avrebbero portato il palo e la tabella metallica in una fonderia dove avrebbero raggranellato qualche euro per la materia prima recuperata.
Il sospetto è alimentato dal fatto che i due sono stati trovati in possesso, a bordo di un'Ape Car, anche di ben 30 chili di cavi telefonici in rame, per il quale si è creato, da diversi anni, un fiorente commercio, insieme con arnesi per lo scasso. (22 dicembre 2007 -corriere della sera)


Lo strumento della retorica sarcastica è oramai insufficiente
Non state a credere all'estensore di questo trafiletto, o Voi lettori dell'ItaGLia! Leggo dal blog di Grillo che gli Italiani non si fanno capaci di ciò che sta succedendo a Pianura (camorra organizzata all'attacco, ma voi non lo sapete) e del disastro rifiuti; semplicemente gli italiani non ne verranno mai a capo con un'opinione, perche' non sanno niente di noi.

Non e' un furto davvero particolare questo qui, come dice il giornalista, che sarà, chessò, milanese.
E' un furto che rientra, diciamo cosi, nell'opera certosina di quotidiana raschiatura e scheletrizzazione che subisce Napoli da parte della sua plebe micro-criminale e dai negozianti che si 'addobbano' le loro puteche a scapito dei palazzi del '500 e '600 - i putecari - i quali odiano evidentemente il tesoro bello e antichissimo che è(ra) questa città tanto quanto la plebe ne fa uso per sostentarsi(per il maxi-crimine leggetevi Roberto Saviano e Vittorio Paliotti).

Qui a Napoli non regge niente, tutto l'abitato si sfascia, si smaglia, si squaglia, dissolve. E' assodato, dall'inizio della Repubblica, per l'incuria strafottente e criminale dei nostri amministratori e dei politici ma nessuno ancora sa che Napoli sta soprattutto sotto le mani nevrotiche e le unghia affilate di una plebe di antropologia sadica che ruba e devasta per due fini istintuali: mettere il piatto di pasta a tavola e divertirsi con la goduria della distruzione del mondo attorno a loro. Cosi è che le tribù guerriere e sadiche si sentono realizzate collettivamente in questi riti quotidiani catartici di saccheggio e vandalizzazione. Voi avrete sentito le storie dei tremendi saccheggi dei Lanzichenecchi in Roma nel 1500, no? Sono rimaste proverbiali; ecco, qui è tutti i giorni. Mancano solo gli stupri di massa di stampo etnico, tipo quelli in Bosnia durante il conflitto negli anni 90 o quelli in Ruanda tra gli Utu e i Tutsi. Non sto facendo sarcasmo iperbolico. Non farnetico. Giuro. Nell'epistolario fra Pablo Neruda ed Ernest Hemingway, sui loro viaggi in Italia negli anni '50, uno chiede all'altro: "Tu che sei stato più volte in Italia e conosci di più gli Italiani, mi spieghi perchè a Napoli non riesco mai a trovare un telefono pubblico che funzioni? Per me è un mistero inquietante".
A Napoli il grottesco e il sarcastico sono strumenti retorici insufficienti. E meno male che, in queste ore, 150.000 tonnellate di rifiuti in Campania e nella capitale delle metropoli preindustriali, fanno da testimoni alle mie parole.

Persino la eccelsa cappella Pappacoda del 1400 dovette esser murata dal sovrintendente ai beni architettonici per evitare che i finissimi manufatti merlati marmorei e le statuine fossero staccate e frantumate giorno per giorno dalla facciata o per esser rivendute ai robivecchi o per tirarvi due calci col pallone nel portale di bronzo nella piazza antistante palazzo Giusso, sede dell'Università Orientale; ve lo ricordate per quanti anni? Si?
Nessun oggetto dell'arredo urbano, dell'arte, dell'architettura a Napoli puo' esser difeso a salvato dagli sciami della plebe. Questa sfaccimma di tutte le plebi ataviche, amorfa, assassina, violenta anche nel succhiare il latte dal seno materno, un tempo si parava il culo davanti all'opinione pubblica italiana e mondiale venendo difesa da noi stessi che la subiamo, dalla "borghesia" (termine improprio per definire i buoni a denari e gli scolarizzati napoletani) intellettuale nostrana. La plebe di Napoli non vive con noi, nè con voi italiani, le plebe di Napoli è potentissima nella sua sfera sociale criminale e vive avulsa dal tempo e dal consesso nazionale, non sa che farsene del resto d'Italia, ci gioca a monòpoli coi miliardi da riciclare, con esercito, polizia, ministri e magistratura: ma avete visto le sassaiole a Pianura? Che hanno fatto i soldati? La plebe camorrista li ha trattati con rispetto facendo quello che ha fatto, li avrebbe uccisi a scorze di melone in faccia per quel che valgono davanti ai loro occhi, i borghesi dirigenti dello Stato. Loro non vi pensano proprio. Sono una immensa tribù delle foreste del Borneo uguale a se stessa da 600 anni. Dell'orrore delle munnezza di questi giorni, del rischio di morire come sorci infettati e cancerosi a loro non fotte un cazzo, ci hanno sempre campato in mezzo. Dei 30 quartieri di Napoli, 20 sono presidio armato della plebe camorrista-vandala, e disgraziati quei pochi cristi che vi sono rimasti carcerati senza soldi per scappare altrove! Fanno ammuina a Pianura per sbancare varchi al loro munnezza-business e tirar consensi e la coibentazione del popolino piccolo borghese come massa di manovra. Della riapertura della discarica di Pianura (fatto gravissimo di offesa ai cittadini dopo le prese al culo di 45 anni) a quelli là che bruciano ambulanze non fotte niente. I borghesi, l'intellighentsija universitaria e culturale locale li ha vivisezionati nei suoi studi e libri prestigiosi, nelle "analisi del fenomeno" con sofisticate analisi politche di partito. Coi pretesti della miseria, della moltitudine torbida e ineducabile, del sistema atavico di mentalità di una metropoli preidustriale difficilissimo da scardinare, col pretesto del farabuttismo di politici locali (verissimo), ma senza mai imporsi con rabbia e senza mai imporre una "soluzione finale". Quando i borghesi studiosi e coscienti tornano a casa e vedono "uno di quelli" che gli incendia il portone del palazzo di casa con un falò di munnezza,i falò dell'allegria, sorridono, sia per paura sia per l'inconscia certezza che i carabinieri a Napoli non accorreranno mai, a meno che non si tratti di una strage.

Ma insomma, eravamo nell'800 e nel'900 quando Napoli, unita al resto dell'Italia iniziò a far capolino nelle menti esterrefatte degli italiani (Salvemini, La borghesia intellettuale del meridione, 1910 e 1950; Renato Fucini ,1877, Napoli ad occhio nudo; Jessie White Mario, giornalista inglese, 1877, La miseria a Napoli).

Ma oggi questa plebe non ha alibi e scuse reali e convincenti. I tempi sono cambiati, e moltissimo. Il progresso economico e tecnico e il sistema capitalistico avanzato mette in grado ciascuno di noi di andarsi a trovare una fortuna e un sostentamento ovunque, studiando, lavorando, viaggiando. Perchè questi stanno sempre qui e fanno questo? Per postulato, almeno, nell'Europa occidentale del XXI secolo è matematicamente impossibile morire di fame; si puo' esser poveri ma non in miseria. Ora mi chiedo e vi chiedo: perché questo verminaio immenso ancora vive rubando per sostentarsi, per mettere il piatto a tavola, avendo però ormai il cellulare in tasca e lo schermo al plasma nelle sue case-bunker antisparatoria?

La "borghesia" napoletana
Io mi son dato una risposta: perchè e' un fossile psicologico collettivo di cui loro non sanno niente, ovviamente, ed esercitano all'infinito ritualmente e poi perchè c'è la vera Sfaccimma della Gente; c'e' la borghesia napoletana. Connivente con la loro mentalità plebea. Per non farci uccidere e gambizzare e incendiare il negozio e l'ufficio e l'automobile, abbiamo un compromesso con loro: invece di perseguitarli riunendoci in gruppi di lotta contro questi virus che abbiamo in corpo, ci mettiamo a ridere e consideriamo tutto folklore di Napoli. Noi borghesi naponapo non abbiamo nerbo, unità, moralità, stile etico negli affari e nella cultura, niente. Ci facciamo sterminare man mano dalla plebe mettendo come filtro osmotico tra noi e loro i politici, gli amministratori, i professionisti della parola e del sofisma retorico bizantino di ogni titolo e livello. Essi fanno da cintura di redistribuzione e trasmissione del mal di vivere e del malaffare su tutta la popolazione. Noi naponapo di merda dei quartieri Chiaja, Posillipo, San Ferdinando, Vomero, Colli Aminei, Fuorigrotta (e sottintendo qui anche tutti gli altri, e le centinaia di migliaia in periferia e provincia) azzuppiamo la scorzetta di pane nella zuppa del malaffare più lurido politco/camorristico per convenienza o per quieto vivere. Il risultato di non aver mai detto "stop", "ora è troppo", "ora basta", sono i giorni che stiamo vivendo oggi, ignominiosi, come sempre, e le bande di "micro-criminalità" (AHAHHAHA! altro eufemismo imposto della SdG politico-giornalistica locale con effetto prozac). Questi estirpano le fermate dei bus per andar a vendersi il metallo, bruciano come totem dell'allegria i cassonetti della munnezza? E noi li lasciamo fare. Pensando che è lo Stato che ci deve pensare. Loro portano la campata a casa e noi moriamo di diossina. Noi guardiamo agire questa plebe, che pur ci opprime e ci disprezza, perche' siamo mucillagine fetida e stiamo fianco a fianco nella loro stessa città, nella quiete della non-speranza degli ostaggi di guerra, ben certi che un esercito, un magistrato, un sindaco, un presidente della repubblichetta, un parlamentare, un carabiniere non ci verrà mai a salvare. Loro infatti sono napoletani come noi: si è mai visto che col colera si può estinguere il tifo?

I borghesi napoletani sono del tutto instupiditi davanti alla plebe napoletana. Hanno inventato la napoletanità delle canzoni classiche. Pizza, sole e mandolino; sono assurti a idoli culturali intoccabili; la battuta spiritosa e le sfogliatelle, la mariulizia e la cazzancularia. Questo è il nostro patrimonio degli antenati che custodiamo gelosamente ancora oggi, XXI secolo, anno 2008. Abbiamo da un lato una paura fottuta di esser fatti fuori dai camorristi, dall'altro siamo ladri e disonesti fra di noi e divisi in tutto. In queste condizoni, non potremo mai far fronte a quella massa iper-organizzata e coesa fino alla morte di incarogniti e assassini. Allora, esorcizziamo, nell'orgoglio della napoletanità e nell'omertà, la filosofia dei Pulcinella: i canoni morali di una classe sociale di pavidi, falliti e profittatori (guardatevi il film Cosi parlò Bellavista di De Crescenzo, dove si arriva ad adorare la napoletanità versus la "nordicità" dei settentrionali; e il regista ci crede davvero, solo che appena si è fatto i soldi se n'è andato a vivere in Toscana, o a Roma, mi pare, chissà perchè...).

Guardiamo i criminali della plebe con paura e con orrore. O ne ridiamo perchè sentiamo il loro fiato sul collo, come un barboncino che digrigna i denti quando è azzannato da un mastino sul collo per mostrare che si è sottomesso e farsi cosi mollare la presa. Son certo che alla notizia del furto di una pensilina alla fermata degli autobus noi ridacchiamo beati, dicendo in cuor nostro: "Gesù, Gesù! cheste so' ccose 'e pazz!", ma non pensiamo: "Oddio! Se siamo arrivati a questo e' conseguenziale avere la sfaccimma di tutte le istituzioni giuridiche e politiche e 150.000 tonnellate di munnezza per strada!"

Discarichiamo tutto dalla nostra coscienza marcita come folklore divertente. Se ci strappassimo i capelli davanti ad una pensilina rubata e allo stillicidio della vandalizzazione della nostra città, capiremmo che un disastro ecologico e sociale quale lo tzunami-munnezza di questi anni, che oggi, grazie a Dio, e' arrivato al suo epilogo politico, sociale, ecologico, sanitario, è la normale conseguenza della mentalità della Sfaccimma della Gente àveta (alta) napoletana.
Non si puo' pensare, a mio parere, che si possa evitare il malaffare più putrido che porta a 150.000 tonnellate di munnezza su strada e migliaia di kmq di terreni inquinati e pericolo di sterminio di massa per tumori, in un posto dove si è lasciato, per 150 anni dall'unità, che una classe sociale avvertita e scolarizzata quale i napoletani borghesi di merda ridesse solamente dei suoi scarafaggi in casa.

giovedì 27 dicembre 2007

Camorra, il nostro sistema mentale

CAMORRA QUESTIONE DI MENTALITA’ (di Giancarlo Nobile)

La camorra, questa endemica mala pianta dell’area napoletana, ha avuto negli ultimi vent’anni una crescita esponenziale, balzando così nelle cronache quotidiane non solo per i suoi delitti o per il suo folclore, ma anche con la sua iniziativa economico-finanziaria, con i suoi rapporti con la politica, con l’ecologia tramite l’ecomafia e via elencando.
Così la camorra è entrata non solo nelle cronache delle attività criminali ma nella vita quotidiana di tutta la società napoletana e nazionale.Questa proliferazione invasiva dell’attività della camorra ha conseguentemente mobilitato gli studiosi: si sono sviluppati dibattiti, si sono scritti migliaia di libri, si sono susseguiti migliaia di articoli e saggi; ha mobilitato le forze dello stato così sono stati arrestati migliaia di camorristi, sono stati celebrati centinaia di processi, è stato inviato l’esercito nell’area napoletana e casertana. Ma la mala pianta camorristica risorge sempre e comunque, purulenta ed infettiva, più che mai.Ma che cos’è quel fenomeno che chiamiamo camorra? Dov’è? Come si struttura? Quali sono e dove sono le sue radici? Probabilmente rispondendo a queste domande, senza remore ideologiche e preconcetti sociologici, potremmo cercare di costruire un percorso positivo, se non del tutto vincente, per confinare, almeno, il fenomeno malavitoso in un recinto fisiologico comune a tutte le società umane.
Per giungere a ciò dobbiamo tenere presente che un ciclo virtuoso passa ineluttabilmente per una metamorfosi: della società napoletana. Tenendo presente che non vi è metamorfosi senza il doloroso abbandono di consolidate certezze ed abitudini.Quella che dobbiamo volere inculcare è la metamorfosi di una mentalità radicata; e questa mutazione passa per un’intima riconversione di modelli culturali consolidati che hanno nutrito quella napoletanità; nella maggior parte dei casi scade in prassi incivili e violente. E' specioso ed inconcludente il discorso di tanti che paventano, in una mutazione della società napoletana la scomparsa della peculiare identità di questa città, come se una città che ha tremila anni di storia e storia di altissimo livello, possa modificare il suo animus eliminando quelle incrostazioni di basso livello che la degradano. La criminalità organizzata che chiamiamo camorra non è e non può essere intesa come un corpo estraneo ma come un importante fattore di regolarizzazione sociale dell’area napoletana (e con essa buona parte dell’area casertana). Infatti essa è un’ importante componente per gli equilibri sociali di consistente popolazione dell’area.
La società napoletana, se la osserviamo bene, è formata da due società che si contrappongono. Ciò si evidenzia se analizziamo le statistiche sull’area da cui balza a prima vista un paradosso: la criminalità cresce sia quando aumenta l’occupazione, sia quando aumenta il reddito pro capite, sia con l’aumento dei consumi, sia se si sviluppa il consumo dei quotidiani, della televisione, dei cinema e dei teatri cioè dei consumi culturali.Si tratta di un paradosso apparente che dipende dal fatto che si considera il territorio napoletano come se fosse abitato, fondamentalmente, da una popolazione omogenea.Ma invece, invece, vi sono due distinte popolazioni: una netta minoranza moderna che aumenta la fruizione di beni culturali, che vive in una imprenditorialità moderna e una popolazione, la maggioranza assoluta, che scivola sempre più nell’incultura, nel tribalismo familistico. Sono due popolazioni che vivono nello stesso quartiere, stessa strada, nello stesso palazzo ma -assurdo ma vero- due linguaggi diversi, due interpretazioni della vita, del lavoro, della società, del costume, della morale totalmente dissimili.
Questa situazione fu ben descritta da Vincenzo Cuoco nel 1821 nella sua Storia del Regno di Napoli (Ed. Procaccino). Infatti affermava: ...'che sbaglia chi considera come unica la nazione napoletana, in realtà sono due: distinte tra loro da due secoli e due gradi di clima.. aggiungeva ‘ ..la prima non vede la seconda perché ha lo sguardo rivolto a Londra o Parigi (oggi diremmo Unione Europea). Questa dualità dopo secoli è sostanzialmente rimasta ed anzi - con la distruzione del tessuto urbano e culturale operato in questi anni e la ghettizzazione dell’immenso ed amorfo hinterland della periferia napoletana (che comprende buona parte del territorio casertano)- questa dicotomia si è rafforzata.

In definitiva nell’area napoletana abbiamo una società moderna di livello paragonabile al resto d’Italia che segue economicamente e culturalmente (molto meno di quello che vorrebbe perché zavorrata) e una società arretratissima, arcaica, medievale, in cui l’unica modernità accolta è la fruizione di modelli simbolici della società consumistica e televisiva ( sotto forma di Trash ed di Kitsch distruttivi dei raporti umani e dell'ambiente -ndr) E' in questa società che l’illegalità è la forma ordinaria di auto-regolamentazione dei conflitti interni accettata.In definitiva, per questa popolazione, la funzione di Stato è svolta dalle consorterie camorristiche; quello che noi definiamo Stato è il nemico invasore, estraneo, che è portatore di valori nemici amorali in conflitto con il loro modello di convivenza e dei modelli etici. Vi sono modelli etici che formano la mentalità camorristica come l’onore, l’appartenenza al gruppo, al potere maschio rispetto alla femmina che è moglie-madonna o prostituta, valori che possiamo vedere tramite le canzoni e le sceneggiate di cantanti in voga presso ‘l’altra popolazione’.
Ma anche questa lettura della struttura è superficiale in quanto nella camorra, come in tutte le società tribali, prevale un codice femminile cioè quel codice materno che è basato sul sangue. Nella camorra prevale il principio materno del clan, del legame di sangue (concreto e simbolico), della solidarietà intesa come complicità criminale tra i membri dello stesso gruppo. Ma questo aspetto lo esaminerò più dettagliatamente in seguito.Le due società non hanno mai dialogato o cercato una mediazione, come acqua ed olio nella stessa bottiglia, sono rimaste per secoli separate.La società che guarda due secoli indietro è sempre vissuta parallela ma sostanzialmente estranea all’altra che mutuava da essa soltanto alcuni aspetti che considerava ‘folcloristici’.La società che guarda all’Europa si è sostanzialmente chiusa in se stessa nella propria 'bottega’; al massimo ha utilizzato l’altra, quella dei lazzari, per giochi di potere (i Borboni e la nobiltà rurale utilizzavano la camorra per controllare il popolo, Garibaldi utilizzò come polizia i gruppi camorristici, il Fascismo inquadrò la camorra nelle sue squadracce, in tempi moderni il laurismo, con le sue scarpe e la pasta regalata, ed il doroteismo andreottiano-gavianeo/craxiota con '0 Posto per incetta di voti.E' quest’ultimo modello che ha prodotto quei psuedo disoccupati organizzati che avvelenano la vita sociale a Napoli). Per rimanere nell’ambito del periodo del dopoguerra si possono leggere i libri di Percy Allum 'Il potere a Napoli', 'Fine di un lungo dopoguerra' e 'Napoli punto e a capo' (Ed. L’ancora del mediterraneo).
La borghesia napoletana ha utilizzato beni e 'servizi' prodotti dall’altra società con una prassi che possiamo chiamare illegalità-legale che va dalle video cassette e musicassette pirata a basso costo, al pane ed altre mercanzie in qualsiasi giorno ed ora, al parcheggio abusivo, alle scommesse ed al lotto clandestino sino alle costruzioni abusive etc. il tutto senza tener conto che ciò, oltre che a formare la società senza l’indispensabile mediazione di regole e leggi, nutre economicamente le attività illegali e la conseguente violenza. In definitiva possiamo dire che la sfaccettata borghesia napoletana è affetta da camorra non conclamata che può degenerare in procedure proprie della camorra.
La società tribale ha fatto irruzione nell’altra negli anni settanta e ottanta quando con la diffusione di massa della droga ha dovuto invadere campi diversi per investire gli ingenti capitali accumulati con tali tradizionali commerci. D'allora la convivenza è divenuta difficile, conflittuale.Il campo invaso, in modo particolare, è stato quello dell’edilizia, attività prevalente nel napoletano, da qui la commistione tra imprese legali ed illegali e la conseguente commistione con i politici che, bisognosi di voti, instaurano il patto scellerato con la camorra rilasciando le licenze ed erogando i finanziamenti come è avvenuto post-terremoto.Negli anni ottanta si è strutturata quella camorra spietata che ha ucciso, tra i tanti, l’innocente Silvia Ruotolo.

L’affermarsi il potere di questa camorra è stato ben descritto da Francesco Barbagallo nel suo saggio 'Napoli fine novecento - politici, camorristi, imprenditori'(Ed. Einaudi).Egli scrive: "...Rispetto ai decenni precedenti, la novità più consistente degli anni ottanta è stata l’espansione della forza della criminalità camorristica che ha acquisito una centralità, mai avuta prima, sul terreno economico finanziario, amministrazione degli enti locali, negli intrecci di rapporti e di interessi con i poteri politici ed istituzionali...".Per rompere questo schema affinché a Napoli si formi una società coesa, una maggioranza di popolazione che rispecchi i valori etico-culturali ed economici condivisi dal resto dell’Europa e dunque non vi siano due società parallele dove una, che ha valori etici condivisi con il mondo civile moderno, guarda allo Stato come regolatore sociale, ed un’altra, che ha valori etici propri tribali, utilizza la sua propria camorra come regolatore sociale. Per giungere a ciò occorre sradicare le radici della forma bivalente della società napoletana, sradicare le radici vuol dire mutare la mentalità di quella maggioranza della popolazione che vive due secoli indietro.
La mutazione della mentalità: Per condurre la maggioranza della popolazione dell’area napoletana a livelli europei occorre intervenire non solo in termini repressivi ed economici - possiamo dire che il problema dell’area non è la disoccupazione e la malavita ma essi sono i sintomi di un male profondo: occorre intervenire su quel male; ogni azione intesa a contrastare solo i sintomi diviene vana e la camorra risorgerà sempre. Ecco dunque che l’affrontare la camorra diviene l’affrontare la mentalità che la sorregge e la nutre. Per far ciò occorre utilizzare in forme nuove la scuola. Affrontare seriamente nell’ambito della scuola la camorra vuol dire pedagogicamente affrontare una mutazione di mentalità.
La mentalità è una sorta di griglia attraverso cui noi leggiamo la realtà per poterla comprendere e poterci rapportare ad essa, assumendo determinato comportamenti. Questa griglia è costituita da tutte le credenze, le idee, gli atteggiamenti e le aspettative nei confronti di noi stessi, del mondo esterno, e dei propri rapporti con esso. Nei fattori determinanti la mentalità bisogna considerare anche quegli elementi di cui l’individuo non ha piena coscienza, ma che possono essere inseriti da altri di cui si ha una manifestazione diretta.La camorra, nata come codice di difesa della plebe napoletana (1656, la peste scoppiò a Napoli spazzando via la nascente borghesia napoletana; il popolo abbandonato dal governo dei Viceré Spagnoli iniziò a chiudersi in se stesso ed auto-governarsi tramite i Juappi (guappi = capofamiglia) che vestivano la gamoras giacchetta come quella dei toreri) ha mutuato la sua mentalità nei codici di famiglia tipici delle società tribali - mutuandone anche il metalinguaggio (padrino - compare ecc) - e della famiglia ha strutturato una mentalità dogmatica, fatta di credenze positive incentrata sull’idea dei ruoli predeterminati e sul concetto di appartenenze e dì autorità’.Ma essendo questi canoni essenzialmente materni il maschio camorrista tende ad esasperare l’aspetto virile. Il legame con la madre (da ciò mammasantissima) è forte non essendoci legami extrafamigliari basati sulla mediazione della legge ma solo rapporti soggettivi di parentela e affiliazione (adozione).
E’ da questo schema che si forma la trasposizione dei codici virili dell’onore della famiglia all’onore dell’organizzazione criminale; tradimento, corna, sangue, fedeltà, codici che formano la commistione tra camorra e famiglia e che nutrono la griglia della sua mentalità. Occorre un lavoro della scuola essenzialmente che abbia una interpretazione antidogmatica e dunque laica della definizione della coscienza personale. Un tragitto che nell’educazione faccia perno sull’etica della responsabilità individuale e sulla ricerca della possibile verità quale criterio di crescita sociale e di decisioni.

Ho scritto di laicità: Ma chi è il laico? Il concetto di laicità è un concetto poliedrico. Normalmente questa figura si presenta come polemica contro il dogmatismo e le prese di posizione dogmatiche. In realtà il laicismo è questo ma non fondamentalmente questo.In origine significava l’uomo profano rispetto all’uomo che sa tutto, all’uomo dominante, all’uomo di spicco, all’uomo che ‘ha l’autorità di dire o di ordinare’ - nella camorra il capozona, capoclan - . Quindi laico è l’uomo che ha bisogno di sentire il parere di tutti perché è incerto sulla propria visione delle cose.In questo caso parlare di laicità equivale a costruire la formazione, tramite un percorso pedagogico, di una persona che scopre nel dialogo con gli altri il mettersi in discussione e mettere in discussione il proprio mondo. Il rompere cioè lo schema familistico amorale in modo che l’appartenenza al gruppo e a ciò che veicola, come ordine dell’esistente e dell’esistenza, può essere messo in discussione e rifiutato.Qui nasce un nuovo concetto esso è l’etica del rifiuto.
Il rifiutare un ordine è un passaggio molto importante nella coscienza di sé. Esso è la fuoriuscita dalla sindrome Eichmann, dal nome del gerarca nazista condannato a morte nel 1962 le cui tesi difensive furono analizzate da Hannah Arendt nel bellissimo libro 'La banaità del male' (Ed. Feltrinelli) . Tale sindrome consiste nell’accettazione di qualsiasi ordine deresponsabilizzandosi da qualsiasi remora etico-morale in quanto questa ricade nella sfera complessiva della famiglia o clan o cosca o partito.
L’obbedienza non è più una virtù diceva, giustamente, Don Milani, ma il rifiuto deve essere accompagnato da una ricerca critica delle motivazioni profonde dello stesso. La paura di essere escluso dal gruppo è la molla che porta ad accettare qualsiasi azione richiesta.La paura è la molla che ha portato i lazzari napoletani a chiudersi nell’ambito familistico che ha poi strutturato la camorra e la violenza, come analizzò Rosellina Balbi in Madre Paura (ed. Pocket Mondatori). L’uomo camorrista vive in uno stato di paura preventiva; ciò lo possiamo cogliere in espressioni gergali tipiche nel napoletano come 'che paura', 'che impressione' o il famigerato 'pare brutto'. Una gabbia che chiude nella rassicurante famiglia e distrugge l’interrelazione sociale.Occorre dunque pedagogicamente un destrutturalizzazione dell’io sociale, con una critica costruttiva in cui l’ io si rende autonomo rendendo il soggetto costruttore di nuove strade esterne alla realtà della sua famiglia.Solo quando si è formato un nuovo io forte che può dunque dialogare pariteticamente e autonomamente con gli altri io scoprendo così l’alterità si può costruire una nuova socialità ed una nuova mentalità.
Se possiamo definire il tutto con uno slogan esso è ‘meno famiglia e più soggettività, meno famiglia e più società.In tutto questo si racchiude la finalità della scuola in zona di camorra. La metamorfosi di un modo d’essere, un modo di interpretare la vita e la società.Una legge speciale per l’educazione in zona di camorraIn un recente sondaggio al primo posto come motivazione delle imprese industriali e finanziarie dell’impossibilità di investire nel napoletano vi era la criminalità diffusa. Già questo avrebbe dovuto far muovere il governo e cercare seriamente di agire. Ma ciò non è mai avvenuto. Le sole azioni sono state azioni placebo come inviare miliardi per Imprese senza radice che poi falliscono o inviare l’esercito per calmare la borghesia spaventata.

Tutte l’azione dei governi succeduti negli ultimi decenni, ove ministri meridionali e napoletani sono stati in maggioranza, diviene comprensibile osservando che quasi tutti i politici della zona sono stati indicati dalla magistratura come complici o direttamente collusi con le consorterie camorristiche come è stato ben descritto nel già citato libro di Barbagallo. Ed oggi con il governo schiacciato su posizioni del Nord Italia, un governo composto da uomini fondamentalmente incolti, senza spirito democratico, dominati dalla paura preventiva come quelli della Lega (la camorra del Nord) e proni ad un padrone che elargisce pseudopotere come il signor B. la situazione diviene ancor di più drammatica.
L’Italia è un paese che ha perso, nel dopoguerra, il treno della modernità fatta di coscienza civile e sociale, di responsabilità personale ed ha imboccato a suon di stragi e tentativi di golpe la via del modernismo cioè un congelamento al tribalismo (di cui il becero Fascismo era la piena espressione) coperto da uno strato di beni consumistici come spiega Guido Crainz nel suo 'Il paese mancato' (Donzelli Editore)La sinistra, in questi anni, costruiva la sua analisi e le sue proposte incentrandole sui problemi economici, ma mai ha posto l’accento sulla questione scuole ed educazione come si evince dal drammatico libro di Tullio de Mauro 'La cultura degli italiani' (editori Laterza); libro che mette a nudo l’arretratezza culturale del nostro paese.Si è tragicamente visto che la questione non è essenzialmente economica quando ragazzi, figli di industrialotti, hanno voluto affermare l’appartenenza nei modelli etici propri di una mentalità tribale uccidendo un ragazzo con la scusa di prendersi il motorino. Ma allargando il discorso basta vedere le statistiche della fruizione dei beni di lusso e si scopre che il napoletano è saldamente primo per questi consumi, non dimentichiamo che la città con il più alto indice di depositi bancari non è nel nord Europa ma è San Giuseppe Vesuviano. Infine, ultimo dato, tra i tanti, che si potrebbero citare, il numero delle Finanziarie che nell’area è tra le più alte d’Europa.
Dunque non vi è povertà ma un modo di essere poveri. Vi è un economia chiusa, asfittica, medievale coperta da un becero modernismo.Ben pochi hanno evidenziato che, rovesciando un luogo comune, non è la ricchezza che produce l’equilibrio sociale ma è l’equilibrio sociale dovuto alla cultura che produce vera ricchezza.Un governo serio e democratico dovrebbe operare per la camorra come si opera con le grandi catastrofi naturali: terremoti, alluvioni, inondazioni. Occorre una ‘legge speciale’ e finanziamenti ad hoc per le zone colpite dal grande cataclisma della mentalità camorristica. E nel contempo una azione preventiva per evitare i sommovimenti malavitosi.Ma questo cataclisma che dura da secoli, coi suoi migliaia di morti, distruzione ambientale - la Provincia di Napoli è stata la prima ad essere dichiarata con Decreto Ministeriale ‘zona ad alto rischio ambientale con il suo infettare il corpo dell’intera nazione - tutto questo non è stato mai affrontato con ‘leggi speciali per l’educazione’ che sradichino la radice della mala pianta.Un’azione educativa deve condurre ad una metamorfosi di un modo d’essere, un modo di interpretare la vita e i rapporto sociali. Certamente quest’azione non può svolgerla una scuola ‘a regime normale’ anche tenendo presente che nel napoletano non vi è mai stata una vera scuola a regime normale.Occorre un progetto educativo forte. Per far questo occorrono un criterio ed una metodologia per affrontare il problema con un atteggiamento costruttivo e responsabile e ciò può avvenire tracciando più linee, delle coordinate, in cui verrà posto il progetto che si vuol mettere in atto.
Queste coordinate sono, da un lato, le finalità morali e le finalità ideali del progetto educativo (possiamo dire che sono gli elementi a lungo, lunghissimo termine) dall’altro, bisogna partire dalle situazioni concrete e a questo punto non si può parlare di area napoletana, ma si deve parcellizzare l’intervento, nella sua visuale e scendere al quartiere, scendere ad un’estrazione particolare di un dato quartiere e ambiente.Così potremo giungere ad cuore di quelle strutture familistico-tribali e operare e infondere quegli stimoli positivi. Tale lavoro è oggi svolto con estrema difficoltà ed abnegazione dai Maestri di Strada guidati da Marco Rossi Doria. Ecco la legge speciale per l’educazione dovrebbe dare strutture e strumenti finanziari a questi operatori.Il primo Assessorato del Comune di Napoli dovrebbe essere quello della Cultura e dell’Educazione sociale e tutti gli altri dovrebbero lavorare per collimare le proprie iniziative a quello principale.

Stimolare i giovani e questo vale essenzialmente per un aspetto negativamente forte dei lazzari ad una consapevolezza dell’autodisciplina e di un ordine acquisito per il riconoscimento autonomo del proprio valore.
Non è vero che il ragazzo napoletano per sua natura sia ribelle. La disciplina costituisce un limite, ma anche una sicurezza. Un argine ad una forza le cui esuberanze danno problemi e creano nervosismo, prima che a qualunque altro, fondamentalmente a chi esercita tale esuberanza.Anche il cosiddetto bambino-ribelle, il folcloristico scugnizzo (oggi chiamato muschillo - piccola mosca - quando fa il corriere della droga) che è diventato un tipo caratterologico del ragazzo napoletano è un ragazzo fondamentalmente abbandonato, e più che dire abbandonato a sé stesso, bisogna mettere l’accento su un ragazzo abbandonato e basta, perchè quel sé stesso non costituisce per lui nessuna protezione, non costituisce nessuna sicurezza di cui egli ha bisogno e chiede in forme per lo più implicite.Ma in quale ambiente realizzare tutto ciò? Un ambiente è educativo di per sé, educativo sia nel senso positivo che negativo.
Far vivere persone in ambienti ristretti, scarsamente illuminati, ambienti sporchi, trascurati crea diseducazioni, crea tutto il contrario di ciò che affermiamo essere importante. Dunque recupero urbano e ristrutturazione dei plessi scolastici devono andare di pari passo.Anche la struttura urbana è educativa, come lo sono le simmetrie delle facciate delle case; a Napoli non si è fatta mai la guerra ai balconi abusivi come vi sono a Forcella, o a Piazzetta Nilo o Via Sforza o su muro dei chiostri di San Gaetano e via elencando - sto scrivendo del centro storico e antico dichiarato monumento dell’umanità dall’UNESCO - buttare giù i balconi e ripristinare le facciate è un’indicare il primato delle regole - è la legge astratta ed universale che governa gli uomini - ed educare alla simmetria visiva che si riverbera in un ordine mentale.
Lo slogan in questo caso può essere: la durezza della legge e la dolcezza della cultura.I plessi scolastici devono diventare i centri di riferimento della società, in luoghi ove non vi è niente come servizi sociali ed educativi, la scuola deve divenire l’avamposto della società civile; così avremo un utilizzo a tutto campo per attività che trascendono i programmi d’insegnamento. Così la scuola diviene la palestra per la profonda metamorfosi della mentalità. Per far questo la scuola deve coinvolgere i nuclei familiari nell’attività pedagogica con l’educazione permanente.Solo con una rivoluzione sociale Napoli può iniziare a produrre in modo endogeno futuro, altrimenti rischia ancor di più l’emarginazione e l’irrilevanza nella società globalizzata, e tutto questo può produrre solo ancor di più disperazione e violenza.

http://www.ildialogo.org/, Sabato, 04 novembre 2006

mercoledì 21 novembre 2007

Familismo amorale

Un po' di kultura nella palude mefitica naponapo della sfaccimma e della caimma e' quel che ci vuole per raschiare lo scuorzo fetido della SdG che teniamo azzeccato 'ncuollo e ci fa grattare e ci da' un prurito insopportabile. Usatela come pietra pomice per lavarvi. Puzzate di sfaccia maligna e non ne sentite manco l'odore. Bleah! Arrassusìa!
Nella vita non possiamo decidere di nascere, ma possiamo decidere di morire stimati.

di Rino Pastore
Nel 1958, l'antropologo americano Edward Banfield, coniò l'espressione "familismo a-morale" (non im-morale, nota bene. E c'è una bella differenza! sapreste coglierla ? n.d.r.) per descrivere il comportamento degli abitanti di Chiaromonte, un piccolo paese della Basilicata, a cui fu dato il nome fittizio di Montegrano, oggetto di una sua analisi pubblicata con il titolo The moral Basic of a Backward Society (Le basi morali di una società retrograda). Secondo Banfield, l'estrema arretratezza di Chiaromonte era dovuta "all'incapacità degli abitanti di agire insieme per il bene comune o per qualsivoglia fine che trascendesse l'interesse immediato del proprio nucleo familiare". Ciò che particolarmente colpì lo studioso americano era la quasi completa assenza di vita associativa e l'estrema frammentazione del tessuto sociale se confrontata con quella di una tipica cittadina americana dell’Utah, St. George, dove l'antropologo aveva appena concluso uno studio sociologico.
Per Banfield, gli abitanti di Montegrano erano totalmente incapaci di unirsi e cooperare per creare a scuole, ospedali, imprese o qualsivoglia forma di vita sociale organizzata e di pubblico interesse. Egli sosteneva che, all'origine di quest’anomalia sociale, dovuta alla diffusa sfiducia istituzionale, assenza di spirito civico, mancanza di competenza e partecipazione politica, vi fosse un elemento eminentemente culturale e morale, un ethos tradizionale fissato nelle abitudini e nei costumi secolari della popolazione. Questo ethos, lo chiamò "familismo amorale" e lo riassunse così: "Massimizzare i vantaggi materiali e immediati della famiglia nucleare; supporre che tutti gli altri si comportino allo stesso modo".
I familisti di Montegrano, non erano solo diffidenti verso i vicini, gli amici e verso qualunque forma di cooperazione, d’associazione e d’iniziativa pubblica, ma anche verso gli altri parenti che consideravano in competizione per l'acquisizione di risorse scarse.
E seguendo un'interpretazione già suggerita dallo stesso Banfield, numerosi osservatori italiani e stranieri, hanno identificato nel "familismo amorale" il tratto caratteristico della cultura politica degli italiani, di un ipotetico "carattere nazionale" che affonderebbe le proprie radici nella storia più remota della società italiana [ Mer(i)d-ionale & Napolet/cane in primis! n.d.r.)], spiegando così la gracilità e instabilità del suo sistema democratico (democratico ?? What's That ?Is it a kind of sexual intercourse sophisticate position ?? n.d.r.).
Banfield, dopo un po' d’anni, per una verifica alle sue tesi, ritornò nella cittadina italiana del Sud Italia, ma sùbito constatò che nessun progresso sociale era avvenuto, tanto, che finì per affermare che non c'erano speranze neppure per il futuro.
Dalle mie parti, quando osservo la gente che abita in case sfavillanti, ma circondate da degrado; gente che non ha nessun riguardo per tutto ciò che è comune e non fa niente per migliorare o sollecitare chi dovrebbe garantire un decoro sociale; gente impregnata d’egoismo e senza ritegno, non posso che avallare l'analisi di Banfield.

Segnaliamo anche la lettura di: Robert Putnam; "La tradizione civica delle regioni italiane (dal medioevo ai giorni nostri - le cause del divario Nord-Sud)".